venerdì 27 gennaio 2017

Il Giorno dell'Astio. Cinque risposte alle osservazioni di chi detesta il Giorno della Memoria

Varsavia, 2015.
Da quando esiste il Giorno della Memoria, c'è chi sente l'urgenza di comunicare al mondo che «sì, va be', però... Ma quell'altro fatto è più importante».
Non parlo di negazionisti e complottisti. Quella è materia per la psichiatria. Parlo di chi si sente vagamente infastidito da questa ricorrenza, chi reagisce leggermente stizzito a iniziative, programmi e articoli e chi non può fare a meno di dar voce alla propria contrarietà con ogni genere di osservazioni tendenziose.
Da quando esiste, poi, un megafono social che regala un pubblico a ogni pensiero estemporaneo e a ogni urlo sconnesso, il 27 gennaio è diventato il Giorno dell'Astio. La memoria è sommersa e soffocata da un continuo brusio di fondo che prende forma definita in una domanda ricorrente, una domanda appesantita da un sottotesto di ostilità e sospetto nei confronti delle vittime: «perché dovremmo ricordare quelli là? Che cos'hanno di speciale?»
Mi piace cullarmi nell'illusione che quando qualcuno fa una domanda è anche in cerca di una risposta. Per questo ho raccolto le osservazioni che più spesso, nel corso degli anni, ho sentito o letto. E ho risposto.