giovedì 7 aprile 2016

Lo smarrimento linguistico-esistenziale degli startupper italiani di fronte agli “inculators”

Avete presente il linguaggio aziendal-startupparo? È quel linguaggio usato, ad esempio, per parlare di
Una job interview alla ricerca di un dreamer con un forte commitment che abbia il giusto mindset per mettere le sue skills a disposizione di un team young in un open space per lo sviluppo di un minimum viable product la cui mission è rivoluzionare il settore.
Anche se non si sa quale sia il prodotto o il servizio offerto. E quale rivoluzionaria innovazione si stia apportando al settore. Né tantomeno quale sia il settore.
Ma son dettagli. Quel che conta è essere uno dei tanti “CEO and founder” che spuntano come muffe negli angoli più umidi e malsani di un’economia immaginaria fatta di idolatria per gli slogan motivazionali e quotidiana mortificazione della comunicazione. Gli effetti del famoso discorso di Steve Jobs a Stanford, insomma.

Una foto che non c’entra nulla con questo post ma, credetemi, è meglio così.
Ecco, apprendo solo oggi, con imperdonabile ritardo, di un neologismo composto da incubator e accelerator. Questa figura fondamentale non poteva che chiamarsi inculator.

L’articolo che ne parla ci spiega che il termine è apparso per la prima volta in un rapporto del 2015 sugli incubator e gli accelerator stilato allo scopo di «riempire un vuoto»; chi l’ha inventato voleva «standardizzare la nomenclatura per aiutare le persone a capire dove inserirsi». Così afferma un tizio che è managing partner della start-up che ha stilato il rapporto (ma che è anche managing partner di un’altra start-up che figura nel rapporto scritto dalla prima start-up). E lo stesso tizio ci mette in guardia sulla necessità di scegliere con oculatezza il giusto inculator per le proprie esigenze:
Direi che nel mondo si sta costituendo un numero enorme di inculators e probabilmente c’è un leggero eccesso di offerta; è perciò importante che tanto gli imprenditori quanto i finanziatori si concentrino su quelli che offrono le migliori performance.
Come dargli torto?
Eppure qualcosa mi dice che questo neologismo farà fatica ad affermarsi tra gli startupper italiani. Con enormi perdite per l’involontario umorismo del loro linguaggio.