mercoledì 22 giugno 2016

mercoledì 25 maggio 2016

giovedì 7 aprile 2016

Lo smarrimento linguistico-esistenziale degli startupper italiani di fronte agli “inculators”

Avete presente il linguaggio aziendal-startupparo? È quel linguaggio usato, ad esempio, per parlare di
Una job interview alla ricerca di un dreamer con un forte commitment che abbia il giusto mindset per mettere le sue skills a disposizione di un team young in un open space per lo sviluppo di un minimum viable product la cui mission è rivoluzionare il settore.
Anche se non si sa quale sia il prodotto o il servizio offerto. E quale rivoluzionaria innovazione si stia apportando al settore. Né tantomeno quale sia il settore.
Ma son dettagli. Quel che conta è essere uno dei tanti “CEO and founder” che spuntano come muffe negli angoli più umidi e malsani di un’economia immaginaria fatta di idolatria per gli slogan motivazionali e quotidiana mortificazione della comunicazione. Gli effetti del famoso discorso di Steve Jobs a Stanford, insomma.

Una foto che non c’entra nulla con questo post ma, credetemi, è meglio così.
Ecco, apprendo solo oggi, con imperdonabile ritardo, di un neologismo composto da incubator e accelerator. Questa figura fondamentale non poteva che chiamarsi inculator.

L’articolo che ne parla ci spiega che il termine è apparso per la prima volta in un rapporto del 2015 sugli incubator e gli accelerator stilato allo scopo di «riempire un vuoto»; chi l’ha inventato voleva «standardizzare la nomenclatura per aiutare le persone a capire dove inserirsi». Così afferma un tizio che è managing partner della start-up che ha stilato il rapporto (ma che è anche managing partner di un’altra start-up che figura nel rapporto scritto dalla prima start-up). E lo stesso tizio ci mette in guardia sulla necessità di scegliere con oculatezza il giusto inculator per le proprie esigenze:
Direi che nel mondo si sta costituendo un numero enorme di inculators e probabilmente c’è un leggero eccesso di offerta; è perciò importante che tanto gli imprenditori quanto i finanziatori si concentrino su quelli che offrono le migliori performance.
Come dargli torto?
Eppure qualcosa mi dice che questo neologismo farà fatica ad affermarsi tra gli startupper italiani. Con enormi perdite per l’involontario umorismo del loro linguaggio.

venerdì 18 marzo 2016

Grimm/5: Biancaneve

Schneewittchen / Snow White / Blanche-Neige
2016
Acquerello / watercolour cm 24x32



domenica 13 marzo 2016

Grimm/4: La guardiana delle oche

Die Gänsemagd / The Goose Girl / La petite gardeuse d'oies
2016
Acquerello / watercolour cm 24x32

sabato 12 marzo 2016

venerdì 11 marzo 2016

Grimm/2: I musicanti di Brema

Die Bremer Stadtmusikanten / Town Musicians of Bremen / Les musiciens de Brême
2015
Acquerello / watercolour cm 24x32

giovedì 10 marzo 2016

Grimm/1: Cappuccetto Rosso

Rotkäppchen / Little Red Riding Hood / Le Petit Chaperon rouge
2015
Acquerello / watercolour cm 24x32

domenica 6 marzo 2016

Mentre fuori ha ricominciato a piovere

Quando hai a che fare con la letteratura per lavoro, può capitarti di riprendere tra le mani un libro chiuso dieci o quindici anni prima.
Sei come un meccanico che un bel giorno apre l’officina e si ritrova a dover fare i conti con una vecchia auto, un motore d’altri tempi, già curato in passato. E se all’inizio ne farebbe volentieri a meno, forse perché pensa di aver già dato, all’epoca, e di non poterne cavare nulla di buono, o forse perché teme di non sapere più dove mettere le mani, col passare delle ore, mentre ci lavora, ritrova vecchie conoscenze che credeva perdute. E che invece se ne stavano sepolte da qualche parte tra il radiatore e la sua memoria.
Nel tuo caso la vecchia auto magari è un romanzo di seicento pagine; all’epoca l’hai letto per puro piacere e ora lo esplori alla ricerca di forme e motivi in cui si nasconde un messaggio su un tema a cui stai lavorando. E assieme ai personaggi più o meno buffi, più o meno amati, più o meno impressi nella memoria, ti capita di reincontrare anche la persona che eri allora, la vita che vivevi e il mondo in cui ti muovevi. Può essere piacevole o esattamente il contrario, ma in ogni caso è passato abbastanza di quel tempo da renderti tutto accettabile, il male come il bene, e farti sentire come se anche la tua esperienza fosse lì, assieme a quelle dei personaggi, stampata e leggibile. Una storia reale, definita e lontana, così come reali, definite e lontane sono le altre storie racchiuse tra le due copertine.
A un certo punto, soprattutto se hai sonno, può anche capitarti di confondere le storie e leggere di te stesso, quello di un tempo o quello di oggi, lì su quelle pagine, tra quelle parole che diventano sempre meno nitide mentre il peso delle palpebre aumenta.
Allora può anche capitarti, è legittimo, di addormentarti dopo centinaia di pagine passate a seguire le vicende di un padre, il protagonista, e quelle di tutti i personaggi che si muovono intorno a lui in un paese straniero che ti è familiare quanto la tua vecchia casa. E una volta addormentato, puoi ritrovare in sogno proprio la tua vecchia casa, con dentro te, all’epoca, quando hai letto quel libro. E mentre i personaggi del romanzo continuano ad affollare la tua mente, può capitarti di chiamare il tuo, di padre. Ma già in sogno senti che non può risponderti.
Allora ti svegli e non sai che ora è. Hai ancora gli occhiali e la luce è accesa. Nel rumore delle auto giù in strada riconosci distintamente lo sguazzare della gomma su una scia bagnata e capisci che, nel frattempo, ha piovuto. Guardi l’orologio, ma tutto ciò che ne ricavi è che potrebbe essere primo pomeriggio o notte fonda. E che sono passati dieci o quindici anni. Oppure pochi mesi e qualche ora di sonno inatteso. Ricordi il sogno. Adesso sai perché non poteva risponderti. Adesso che non stai più sognando sai che non puoi provare a chiamarlo. E non perché sia notte fonda. Sai che alla fine arriverà l’alba e avrà inizio un nuovo giorno, ma sai con altrettanta certezza che questo non significa nulla e che non cambierà le cose.
E per la prima volta cominci a far pace con questa idea. Che la perdita è definitiva, e questo già lo sapevi, ma anche che il dolore non scompare e non diminuisce, al massimo si trasforma. Sai che non è l’ultima volta che piangerai, anche solo per tre secondi, rendendoti conto che quel sorriso l’hai rivisto solo in sogno. Lo sai e va bene così.
Da quel momento sai che quella presenza reale, definita e lontana è come il tuo passato. Non c’è più ma è da qualche parte dentro di te. E puoi ritrovarla tra le pagine di un libro, in un sogno o in un vecchio motore. In qualsiasi momento, anche ora, mentre fuori ha ricominciato a piovere.