mercoledì 21 ottobre 2015

Sette giorni dopo

Un pomeriggio d'ottobre.
C'eravamo solo io e te, su una panchina all'ingresso dell'ospedale. Ti sei accorto della bottiglia di Coca Cola che avevo in mano, ma ti mancava la forza per parlare. Me l'hai indicata con un gesto incerto. Mentre sorseggiavi, l'altro tuo figlio avvicinava la macchina all'ingresso.

Insieme ti abbiamo accompagnato nel tuo ultimo viaggio verso casa.
E poi ancora per tre giorni, con te e con quella tua ostinata lucidità che non ti ha mai abbandonato fino alla fine, fino a quel mattino d'ottobre, sette giorni fa, fino a quell'attimo di terrore e stupore.

Ti cerco da qualche parte, là fuori, lontano, in un altro angolo di quest'universo che non ha una fine e non ha un inizio. Ma poi ti ritrovo sempre qui, accanto, pronto a rispondermi con quel mezzo sorriso e quello sguardo ironico che hanno già detto tutto. Prima del fiume di parole che verrà.

giovedì 20 agosto 2015

L'umanità dietro i titoli delle notizie. La collina, di A. Gavron

Autore: Assaf Gavron
Titolo: La collina
Edizione originale: הגבעה Ha-giv‘ah, 2013
Traduzione: Shira Katz
Editore: La Giuntina
Pagine: 530
ISBN: 978-8880575771


Un decennio fa, quando gli ultimi fuochi della Seconda Intifada si erano appena spenti, Assaf Gavron (classe 1968) ci mostrò il mondo attraverso gli occhi di un attentatore suicida palestinese: il giovanissimo Fahmi, figura complessa e contraddittoria di terrorista riluttante, era il coprotagonista di La mia storia, la tua storia; quel romanzo, costruito su un’efficacissima doppia narrazione parallela, riusciva a rappresentare il conflitto dall’interno e da ogni punto di vista, senza sconti per nessuno e senza dimenticare l’umanità di nessuno.
Oggi, con La collina, Gavron ci trasporta sulle alture della Giudea, tra vento incessante e freddo pungente, sole impietoso e notti sotto le stelle, per mostrarci il mondo attraverso gli occhi dei coloni israeliani in Cisgiordania. Abbiamo a che fare, è evidente, con un autore che ama affrontare sfide e lavorare con figure impopolari; ma soprattutto abbiamo a che fare con un attento osservatore votato all’esplorazione della realtà attraverso il mezzo a sua disposizione: la narrazione. Probabilmente il solo mezzo in grado di restituire spessore umano a una serie di parole, definizioni, etichette, che ascoltiamo o leggiamo distrattamente tra i titoli delle notizie.

venerdì 14 agosto 2015

Una potente, lucida, onesta allegoria. Il frutteto, di B. Tammuz

Autore: Benjamin [Binyamin] Tammuz
Titolo: Il frutteto
Edizione originale: הפרדס Ha-pardes, 1972
Traduzione: Alessandro Guetta
Editore: E/O
Pagine: 128
ISBN: 978-8876413056

In poco più di cento pagine, la storia tumultuosa della Terra d'Israele nella prima metà del Novecento prende prepotentemente vita attraverso le vicende di una famiglia e del suo agrumeto. Una storia familiare oscura, misteriosa e crudele, tra antiche colpe e legami indissolubili, amori incondizionati e odi inestinguibili, narrata in prima persona da un personaggio minore, l'agronomo, osservatore non neutrale e voce volutamente inaffidabile.

Tutto ha inizio a Costantinopoli, dove un ebreo russo, oltre a metter su una fortuna nei commerci, ha un figlio dalla sua serva musulmana, originaria di Antiochia. Come una novella Hagar, la donna sarà abbandonata quando l'uomo farà ritorno in patria; ma, a differenza dell'Ismaele biblico, suo figlio le verrà strappato e sarà portato via dal padre. In Russia il piccolo Ovadia/Abdallah (stesso significato, "servo di Dio", in ebraico e in arabo) cresce assieme al fratellastro minore Daniel, figlio del matrimonio legittimo di suo padre, fino a quando la sua irrequietezza non lo condurrà lontanissimo da casa.

venerdì 27 marzo 2015

Il dibbuk e lo spirito di un mondo perduto

Esattamente cento anni fa, Konstantin Stanislavskij (proprio lui, quello del metodo) si vide presentare uno strano testo scritto da un personaggio ancor più strano: Sh. An-ski (1863-1920).
Cresciuto nella Vitebsk ebraica (proprio lei, la città dei quadri di Chagall), Shloyme Zanvl Rappoport se n'era andato via a soli diciassette anni per diventare uno scrittore col nom de plume An-ski; ci riuscì, ma in quarant'anni fece in tempo a diventare anche un operaio, un attivista politico, un esule in Europa occidentale in fuga dalla polizia zarista, un giornalista, un etnografo e infine un esule in Polonia in fuga, stavolta, dai bolscevichi.

Il dramma in quattro atti da lui presentato al Teatro d'Arte di Mosca alla fine del 1915 è essenzialmente una storia d'amore tra due giovani, il povero Khonen e la ricca Leye; ma non è una storia d'amore qualunque, perché al centro della vicenda c'è la leggenda del dibbuk, lo spirito di un morto che prende possesso del corpo di un vivente.
Stanislavskij, dopo aver dispensato sapienti consigli per la definizione dei personaggi, approvò il testo per la messa in scena; ma i programmi furono sconvolti dagli eventi successivi alla Rivoluzione d'Ottobre: An-ski, che era membro del Partito Socialista Rivoluzionario, fu costretto alla fuga in seguito alla conquista bolscevica, trovando rifugio prima a Vilna e poi a Varsavia.

martedì 24 marzo 2015

Analfabetismo funzionale e fondamentalismo meridionalista

Chi non circola in bici sarà messo alla gogna.
O perlomeno questo è ciò che ho capito (flickr/raffaespo).
Come funziona l'analfabetismo funzionale? Eccone un esempio.

Antonio Polito, in un'intervista al TG1, ci ricorda che la disoccupazione nel Mezzogiorno e la schiavizzazione dei migranti costituiscono una piaga infetta di cui l'Italia non si fa carico.
Concetto semplice semplice espresso con parole chiare chiare. Ma i fondamentalisti napoletani cosa capiscono? Qualcosa come «il Sud è una piaga infetta».

E subito parte la polemica della settimana, con insulti al limite del bullismo, ipotesi di complotto dei media che vanno ben oltre la paranoia, minacce di boicottaggi avanzate senza timore del ridicolo, risposte che vorrebbero essere pungenti, controrisposta di Polito costretto a spiegare ciò che già era chiaro, contro-controrisposte che vorrebbero essere ancora più pungenti, fino all'accusa suprema: Polito è “campano di nascita ma non nel sangue”.
Questa cosa l'ho letta davvero in un articolo di VesuvioLive; e secondo l'accusa, immagino, se Polito non potrà dimostrare la purezza di sangue risalendo almeno fino all'anno 1800 (facciamo anche 1750) sarà condannato a tacere per sempre sul Meridione.

Per chi ha dubbi, qui c'è il video dell'intervento di Polito al TG1.

venerdì 6 marzo 2015

Mosul, Nimrud e le teste di gesso

Il re di Israele Yehu si inchina di fronte al re assiro Salmanassar III.
Dall'Obelisco nero di Nimrud (British Museum. Foto: Steven G. Johnson).
Oggi leggiamo da alcune fonti che le rovine della città di Nimrud (la Calach di Genesi 10:11), sulle rive del Tigri nel nord della Mesopotamia, sono state rase al suolo dai bulldozer.
Indipendentemente dalla possibilità di verificare la notizia, domani, secondo lo schema a cui siamo abituati da una quindicina d'anni, saremo travolti da una valanga di articoli e commenti secondo cui non è vero nulla, è tutta un'invenzione e si tratta solo di gesso.
Perché ne sono tristemente sicuro?
Torniamo indietro di qualche settimana, al momento in cui un gruppo di uomini armati di martelli e videocamere ha descritto al mondo la propria originalissima idea di visita al museo.

sabato 21 febbraio 2015

Il sale della terra

Sebastião Salgado e Wim Wenders in una scena del film.
Potreste andarlo a vedere aspettandovi un documentario che parla di un fotografo. E in superficie lo è.
Ma lentamente, mentre il mondo vi scorre davanti agli occhi attraverso gli scatti di Sebastião Salgado, vi renderete conto che questo film è molto di più: è un’epica monumentale narrata con voce sommessa, è la storia dell’avventura umana su un piccolo pianeta meraviglioso e crudele, è il racconto dello splendore e dell’immensità del mondo, è la denuncia della ferocia autodistruttiva di cui è capace l’uomo.
La biografia di un osservatore del mondo riesce a trasmettere tutto questo senza mai dover ricorrere a un accenno di celebrazione. Perché il pieno valore della testimonianza emerge spontaneo dal tono intimo di una lunga intervista al maestro, montata su primi piani, spezzoni di filmini familiari, riprese sul campo e, soprattutto, sulle sue immagini in bianco e nero di una bellezza sobria e maestosa.
Senza rendervene conto, condividerete il suo stupore di fronte alla bellezza del mondo e lo seguirete nella discesa tra gli orrori dell’umanità; accompagnerete il vecchio che torna a vivere nella fazenda dell’infanzia, sentirete la sua frustrazione di fronte a quei luoghi, irriconoscibili da quando la foresta è diventata deserto, e comprenderete la scelta del silenzio.