venerdì 27 gennaio 2017

Il Giorno dell'Astio. Cinque risposte alle osservazioni di chi detesta il Giorno della Memoria

Varsavia, 2015.
Da quando esiste il Giorno della Memoria, c'è chi sente l'urgenza di comunicare al mondo che «sì, va be', però... Ma quell'altro fatto è più importante».
Non parlo di negazionisti e complottisti. Quella è materia per la psichiatria. Parlo di chi si sente vagamente infastidito da questa ricorrenza, chi reagisce leggermente stizzito a iniziative, programmi e articoli e chi non può fare a meno di dar voce alla propria contrarietà con ogni genere di osservazioni tendenziose.
Da quando esiste, poi, un megafono social che regala un pubblico a ogni pensiero estemporaneo e a ogni urlo sconnesso, il 27 gennaio è diventato il Giorno dell'Astio. La memoria è sommersa e soffocata da un continuo brusio di fondo che prende forma definita in una domanda ricorrente, una domanda appesantita da un sottotesto di ostilità e sospetto nei confronti delle vittime: «perché dovremmo ricordare quelli là? Che cos'hanno di speciale?»
Mi piace cullarmi nell'illusione che quando qualcuno fa una domanda è anche in cerca di una risposta. Per questo ho raccolto le osservazioni che più spesso, nel corso degli anni, ho sentito o letto. E ho risposto.

mercoledì 22 giugno 2016

mercoledì 25 maggio 2016

giovedì 7 aprile 2016

Lo smarrimento linguistico-esistenziale degli startupper italiani di fronte agli “inculators”

Avete presente il linguaggio aziendal-startupparo? È quel linguaggio usato, ad esempio, per parlare di
Una job interview alla ricerca di un dreamer con un forte commitment che abbia il giusto mindset per mettere le sue skills a disposizione di un team young in un open space per lo sviluppo di un minimum viable product la cui mission è rivoluzionare il settore.
Anche se non si sa quale sia il prodotto o il servizio offerto. E quale rivoluzionaria innovazione si stia apportando al settore. Né tantomeno quale sia il settore.
Ma son dettagli. Quel che conta è essere uno dei tanti “CEO and founder” che spuntano come muffe negli angoli più umidi e malsani di un’economia immaginaria fatta di idolatria per gli slogan motivazionali e quotidiana mortificazione della comunicazione. Gli effetti del famoso discorso di Steve Jobs a Stanford, insomma.

Una foto che non c’entra nulla con questo post ma, credetemi, è meglio così.
Ecco, apprendo solo oggi, con imperdonabile ritardo, di un neologismo composto da incubator e accelerator. Questa figura fondamentale non poteva che chiamarsi inculator.

L’articolo che ne parla ci spiega che il termine è apparso per la prima volta in un rapporto del 2015 sugli incubator e gli accelerator stilato allo scopo di «riempire un vuoto»; chi l’ha inventato voleva «standardizzare la nomenclatura per aiutare le persone a capire dove inserirsi». Così afferma un tizio che è managing partner della start-up che ha stilato il rapporto (ma che è anche managing partner di un’altra start-up che figura nel rapporto scritto dalla prima start-up). E lo stesso tizio ci mette in guardia sulla necessità di scegliere con oculatezza il giusto inculator per le proprie esigenze:
Direi che nel mondo si sta costituendo un numero enorme di inculators e probabilmente c’è un leggero eccesso di offerta; è perciò importante che tanto gli imprenditori quanto i finanziatori si concentrino su quelli che offrono le migliori performance.
Come dargli torto?
Eppure qualcosa mi dice che questo neologismo farà fatica ad affermarsi tra gli startupper italiani. Con enormi perdite per l’involontario umorismo del loro linguaggio.